Vacanze a Londra,Cornovaglia e altro (capitolo 4)

Decidiamo di fuggire dal caos che si accalca anche nei piccoli villaggi delle Costwolds rendendoli oltre che invivibili anche snaturati nella loro riservata e semplice bellezza . Proseguiamo per Bath, che visiteremo domani, insieme a Jessica che riesce a raggiungerci per alcuni giorni .

Abbiamo assoluta necessità di entrare in un campeggio per le operazioni di carico e scarico camper ( e anche per una bella doccia) : scopriamo amaramente che Bath non ha un campeggio cittadino . Tutte le aree di sosta con servizi (Blackberries, Riverside…) risultano chiuse : così – dopo circa 40 km di ricerche a vuoto – ci rassegnamo ad andare nella farm camp più vicina, a circa 20 km : Stowford Manor Farm, che si rivelerà una delle esperienze indimenticabili della vacanza ( ma direi anche di più : una delle avventure più memorabili della nostro lunga esperienza di camperisti) .

Già l’accesso è complicato : a due chilometri dall’arrivo un minaccioso cartello indica un restringimento della carreggiata attraverso il quale non passiamo (che ci sembra strano come via di accesso ad un campeggio) e ci costringe ad una lunghissima deviazione per prendere una strada alternativa, che si conclude nel medesimo incrocio. Cresce una certa tensione, anche perché è impossibile fare inversione di marcia : ogni errore ci costa una deviazione di 10-12 chilometri. Fortunatamente – leggendo meglio e sintetizzando le informazioni delle varie indicazioni/segnali/navigatori ci sembra di poter concludere che il restringimento dovrebbe essere 500 metri dopo il campeggio. Esperienze passate ci orientano a prendere assolutamente sul serio i cartelli di divieto di accesso per altezza o larghezza insufficiente, soprattutto perché spesso l’ostacolo si trova in situazioni in cui è impossibile fare retromarcia, esattamente come quella in cui ci troviamo ora : gli inglesi sono abituati a percorrere strade strette, a non sprecare centimetri inutili nelle dimensioni delle carreggiate, per cui se ti dicono che non si passa è meglio prenderli alla lettera. Con molta cautela ci avventuriamo, facendo attenzione a non finire in un cul de sac : e arriviamo gloriosamente all’ingresso della farm camp largo e bellissimo. La fattoria è enorme, con vari caseggiati, e SPLENDIDAMENTE STUPEFACENTE : una vecchia fattoria in pietra, risalente al settecento, in mezzo alla campagna inglese . Una vaga aria generale di trascuratezza la avvolge, ma sembra quasi naturale, visto il luogo, ma gli spazi sono così ampi che non diamo troppo peso ai dettagli : papere che passeggiano tranquille in ogni dove, maiali che grugniscono dietro i recinti di pietra, cortili con attrezzature varie accatastate. Ci fermiamo prima dell’edificio principale, quella che sembra essere la casa dei proprietari, con un magnifico giardino piuttosto incolto. Con un po’ di impegno riusciamo a trovare quella che potrebbe essere – oltre che l’ingresso di casa – anche la reception : suoniamo prima il campanello elettrico più volte, ma non ci risponde nessuno. Vedo una bella campana appesa di fianco alla porta per cui tiro la corda e suono anche quella, più rumorosa, senza nessun esito. Allora apriamo poco poco la porta – che è solo accostata – di fronte alla quale c’è un tavolino (antico e bellissimo) che mostra tutto ciò che può essere utile per la nostra registrazione, ammonticchiato in totale disordine. Chiamiamo, ma non ci risponde nessuno. Chiediamo ad una ragazza che sosta di fronte ad un altro caseggiato dove si allineano in bella mostra i servizi igienici : ci guarda con aria immusonita ed interrogativa e ci dice che lei non sa nulla di un campeggio. Strano perché siamo affacciati su uno dei due grandi spazi erbosi in cui stazionano in modo del tutto disorganizzato roulotte, tende, camper, baracche. Chiediamo allora alla prima signora – un po’ più adulta – che passa di lì : ci dice che siamo in un campeggio ( e questo ci conforta) e ci accompagna alla reception – se così si può chiamare la porta con tavolo. Conclude che in questo momento non c’è nessuno, ma presto qualcuno arriverà.

Allora nell’attesa decidiamo di portarci avanti con i tempi e di fare le operazioni di carico e scarico : non c’è nessuna indicazione . Fortunatamente la connessione internet funziona e nella mappa della farm camp trovata online identifichiamo i servizi che cerchiamo : sulla mappa, ma poi quando andiamo a cercarli non riusciamo a vedere nulla ed anche i campeggiatori a cui chiediamo non sanno darci alcuna indicazione. Ci chiediamo come loro siano organizzati per l’approvigionamento delle acque e i servizi , ma in fondo non ci interessa . Con molta fatica troviamo prima la minuscola fontanella dell’acqua potabile sul bordo del bosco e carichiamo l’acqua pulita. Scarichiamo quella sporca in un tombino che troviamo di fronte ai bagni, dove lungo una canalina di scolo arriva l’acqua dalle docce . Lo scarico delle cassette WC è più complicato : non possiamo utilizzare i due servizi igienici (è vietato, e comunque sono arroccati dentro piccole cabine bagno, con scalini di accesso e nessun rubinetto per lavarle).

Torniamo al luogo dove sulla mappa è indicato il WC service : c’è solo un decrepito muretto allungato, ad un lato del quale c’è un decrepito coperchio in legno e non ci viene proprio l’idea che una roba di questo tipo possa contenere uno scarico ( anche perché tutto intorno stanno cucinando grigliate). Alla fine di mezz’ora di ricerche infruttuose – stile caccia al tesoro – ci costringiamo a sollevare la botola e lo spettacolo che vediamo è tra i più arcaici della nostra esperienza camperistica. Un buco in pietra (che non voglio pensare a dove porti, ma temo da nessuna parte) in cui siamo costretti a svuotare le nostre cassette (aromatizzando le circostanti grigliate fumanti) ; un piccolo rubinetto per il lavaggio è posizionato dietro al muretto, prima della altre grigliate. Facciamo tutte queste operazioni – un poco imbarazzati e cercando per quanto possibile di essere discreti , cosa non facile visto il genere di operazione – tra l’indifferenza totale delle persone campeggiate lì vicino : tutti continuano allegramente le loro operazioni di grigliatura innaffiate da fresche birrette, che in situazioni di questo tipo certo sono di conforto e sorridono stupiti dalla presenza di uno scarico di cui non sapevano nulla . Ci laviamo le mani con tutti i saponi e disinfettanti che abbiamo a disposizione per sconfiggere germi che potrebbero proliferare sin dal settecento e finalmente ci dirigiamo alla reception, dove tutto tace . Sentendoci ammorbati da tutte le operazioni svolte, decidiamo che possiamo fare la doccia, in attesa si palesi qualcuno.

Ci parcheggiamo quindi in due spazi contigui che abbiamo visto nel primo pratone (lontano dal buco camper service) e corro a cercare alcune monete : trovo una signora che mi dice che non ha da cambiare, ma sorridendo mi dice che non c’è problema perché le monete si trovano di fianco alla reception. Mi accompagna alla porta-reception a fianco della quale c’è un frigorifero ( che io ingenuamente pensavo fosse destinato ad uova o verdure per la vendita) . Invece dentro c’è solo un cestino dove purtroppo le monete per la doccia sono terminate. Inizio a correre da una tenda all’altra in cerca di monete (a quel punto sarei stata in grado di fermare le auto in strada chiedendo monetine) : e devo dire che tutti sono gentilissimi e si danno un gran daffare, rovistando tra cataste di zaini e vestiti, per cambiaci le monete. Finalmente riesco a mettermi l’accapatoio e mi dirigo alla costruzione dove ci sono le docce armata di shampo-sapone-monete : si tratta delle vecchie stalle. BELLISSIME : in pietra, con il pavimento di grossi ciotoli rotondi (non proprio ideali con le ciabattine di gomma bagnate) ; l’acqua usata fluisce tra i piedi lungo le antiche canaline di scolo degli animali, verso tombini esterni ; su un lato lungo la parete si susseguono bellissimi mobili tutti originali (una vecchia toilette ornata di uno specchio delizioso, una libreria carica di libri disponibili per gli ospiti, bellissimi vasi in ceramica, una panchina di legno) ; gli stalli per gli animali ospitano – in ordine – due cabine doccia, un secchiaio per lavare gli indumenti , un secchiaio per lavare i piatti . La prima botta di vera fortuna fa sì che io entri nell’unica doccia dove scende acqua calda (poco dopo che io apro l’acqua, la signora della doccia a fianco inizia a protestare – ma a quel punto io sono nuda e già completamente insaponata – ed è quindi costretta ad uscire e a finire il risciacquo dei capelli nel secchiaio per gli indumenti, dove per ragioni misteriose invece l’ acqua calda arriva e dove alcuni bambini si infilano per risciacquare anche i piedi) . Penso che raramente nella vita ho visto tanto autentico ed antico splendore mescolato a tanta trascuratezza.

Uscendo comunque ritemprate dalla doccia, incontriamo finalmente la proprietaria del campeggio, che era nell’orto ed analizza meticolosamente il proprio registro mentale delle prenotazioni e dei posti disponibili (che ai nostri occhi profani sembrano veramente moltissimi). Dopo la scrupolosa valutazione inizia a scuotere la testa a destra e sinistra : no, le spiace ma è bank holiday e non c’è posto, neppure nel grande parcheggio completamente vuoto adiacente all’ingresso. I campeggi sono l’unico posto dove gli inglesi abbondano nel calcolare gli spazi : le piazzole standard corrispondono ad almeno quattro postazioni in qualunque altro paese. A questo punto la portiamo a vedere dove abbiamo sistemato i nostri camper, ben decisi a non muoverli di un millimetro vista la indisponibilità di qualsiasi altra soluzione : sarei stata disposta ad incatenarmi al cancello delle papere, che nel frattempo continuavano le loro passeggiaste serali. Lei – stupita dalla nostra intraprendente efficienza – analizza nuovamente il suo registro mentale delle prenotazioni unitamente alla mappa mentale del campeggio e sorridendo ci dice che possiamo stare lì, troverà lei una soluzione per i prenotati in arrivo . E con la calcolatrice mentale ci dice che per la notte sono 28 sterline, in contanti perché il POS mentale non funziona. Paghiamo senza batter ciglio godendoci il meritato riposo. La concitazione e lo stupore per gli eventi che si sono susseguiti ci hanno fatto dimenticare di documentare con fotografie la situazione, certamente meritevole : ci toccherà tornare. Consigliato ? Assolutamente SI : anzi DA NON PERDERE.

Foto dal sito web : http://www.stowfordmanorfarm.co.uk

Il mattino successivo torniamo a Bath : identificato il parcheggio, molto grande e vicino al centro, impieghiamo una buona mezz’ora a verificare che NON dobbiamo pagare la clean zone charge (essendo euro 6) ed un sistema per pagare il parcheggio per la giornata (23 euro) autocertificando tale situazione al parchimetro . Nel frattempo Gabriele va in stazione a prendere la Jessica che arriva in treno con la sua valigia e farà quattro giorni di vacanza con noi.

Mentre i nostri amici vanno a visitare le antiche Terme romane (che noi abbiamo già visto) noi facciamo una bella passeggiata per il centro storico, anche per chiacchierare con tranquillità. Siamo tutti di buon umore , ridiamo , il cielo è azzurro, Gabriele è rilassato e gentile, la Jessica mi sorride e mi abbraccia, sono circondata dalla bellezza : Bath ti adoro !!!

Bath è sicuramente una delle più belle e particolari città di Inghilterra , classificata dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità . La sua storia è scritta nelle sue vie, piazze e palazzi, e da lì dobbiamo partire.

Secondo Geoffrey de Monmouth cronista del dodicesimo secolo, Bath fu fondata nell’860 prima di Cristo dal leggendario Principe Bladud, britannico (abitanti celtici della Britannia), padre di Re Lear : in giovane età si ammalò di lebbra e fu quindi bandito dalla corte; vagò nelle campagne dove lavorò come guardiano di maiali. Il principe notò che molti di questi maiali avevano una malattia della pelle, ma dopo che si rotolavano nel fango caldo guarivano ; così decise di imitarli e, dopo essersi rotolato nel fango, guarì dalla lebbra. Quando successivamente divenne re, fondò la città di Bath proprio nel luogo in cui guarì .Le prime terme furono costruite poi dai Celti insieme ad un tempio dedicato alla divinità Sulis, divinità delle fonti ; nel 43 d.C. i romani non si lasciarono sfuggire l’unica sorgente termale dell’isola britannica (da cui sgorgavano ogni giorno un milione di litri d’acqua a 50 gradi) e costruiscono la stazione termale che ancora oggi possiamo visitare ed hanno convertito il tempio dedicandolo a Minerva, la dea romana della guarigione. I romani costruirono successivamente la città vera e propria tra il 60 e il 70 d.C. e la chiamarono Aquae Sulis, che significa le acque di Sulis.

Con il declino dell’impero romano e la sua caduta avvenuta nel 476 d.C., la popolazione di Bath e il commercio iniziarono a diminuire notevolmente. Per un po’ di tempo alcune persone continuarono a vivere all’interno delle mura, ma piano piano i vecchi e grandi edifici romani caddero in rovina e furono sostituiti da semplici capanne di legno. Dopo che i romani lasciarono il Regno Unito, i sassoni ne invasero la parte orientale , bonificano la zona acquitrinosa intorno a Bath ed erigono una cattedrale gigantesca di fianco alle Terme ; dopo alterne vicende Enrico VIII chiuse l’Abbazia di Bath nel 1539 ; durante il XVI e il XVII secolo anche il commercio della lana diminuì lentamente e la città arrivò a fare affidamento solamente sui malati che venivano a fare il bagno nelle sorgenti.

Dopo questo periodo di declino, nel XVIII secolo Bath vive la sua età dell’oro . Dopo che la Regina Anna venne a farsi curare alle terme, cortigiani e favoriti sciamorono in massa a Bath, che deve la sua reputazione di stazione termale in cui godere di ogni piacere dell’esitenza a Richard “Beau” Nash , paradigma del dandy perfetto, maestro dei piaceri mondani : fu lui a decretare che le giornate e le serate della buona società iniziassero sempre con un bagno termale, che certo male non faceva. Grazie a lui Bath diventò il luogo di villeggiatura prediletto dalla aristocrazia inglese ; nobili, artisti, politici, statisti, passavano qui le vacanze e prendevano importanti decisioni. Ralph Allen (personaggio che si era arricchito lanciando un sistema postale innovativo) acquistò grandi cave nei dintorni di Bath e con la loro pietra fece riedificare il tessuto urbano, che furono completate dal figlio : eleganti complessi monumentali in stile palladiano destinati alle residenze della nobiltà inglese . Sorsero una square (quadrato, piazza), un circle (un cerchio, altra piazza), un crescent (una mezzaluna). Le grandi dimore – che potremmo paragonare ad enormi ville a schiera – sono composte da appartamenti tutti uniti tra loro, con le facciate allineate che corrono sulle colline ed abbracciano elegantemente scorci sempre sorprendenti : nei decenni successivi furono frazionate in appartamentini più piccoli per borghesi e pensionati attratti dall’aria buona. Giunse infatti la moda dei bagni di mare (come vedremo a Brighton) e la città cadde in un nuovo torpore.

Oggi conta una popolazione di quasi 90.000 abitanti e sono stati aperti nuovi bagni termali.

Pranziamo da Sally Lunn’s : strano ristorante storico – che assomiglia di più ad una antica dimora dove i camerieri portano i propri vassoi inerpicandosi per strettissime scalette – nell’edificio più antico della città (1483). Famoso per il proprio pane (il bunn) , una grossa briosche dorata, variamente farcito .

http://www.sallylunns.co.uk

Nel pomeriggio visitiamo rapidamente i luoghi più stupefacenti della città .

Abbey Church : nasce come monastero benedettino ; è diventato poi chiesa romanica attorno alla quale i poveri potevano fare il bagno gratuitamente nell’acqua calda ; nel XV secolo viene eretta l’abbazia realizzata in stile gotico perpendicolare. Sulla facciata, ai lati di una grande vetrata, sono scolpite due lunghe scale che portano al cielo, sulle quali si arrampicano molti angeli (alcuni controcorrente scendono) : questa particolare decorazione è la concretizzazione del sogno del vescovo che ha fatto erigere la chiesa. Bellissime le vetrate, il soffitto con volta a ventaglio, le lapidi ed i monumenti commemorativi .

The Circus : complesso architettonico sensazionale, dalle linee perfette, che inizialmente comprendeva 33 residenze : una piazza circolare con 5 platani monumentali al centro è circondata da edifici con tre piani adornati ciascuno da regolari colonne doriche, ioniche e corinzie . L’impressione è perfettamente ritmica ed armonica , quasi musicale. Sul fregio che corre sopra al primo livello sono rappresentati i 528 simboli delle arti e delle scienze, tutti diversi tra loro . Il cornicione finale è ornato da enormi pigne regolarmente disposte , che sono correlate alla mitologia locale, alle lontane origini druidiche di Bath ; anche la forma della piazza e delle vie che vi arrivano la collegano idealmente a Stonehenge. In questi splendidi fabbricati hanno vissuto l’esploratore David Livingstone, il pittore Thomas Gainsborough ; più recentemente Nicolas Cage e Johnny Deep.

Royal Crescent (luna crescente): il più grande complesso architettonicamente coerente della città , costituito da 30 case georgiane neoclassiche in pietra di Bath unite l’una all’altra da colonne ioniche lineari e rigorose. Tutte affacciate su un largo marciapiede e su un enorme prato erboso in dolce discesa che offre quindi una visuale splendida sulla campagna e costituisce un enorme campo da giochi per ogni età : anche oggi molte persone fanno picnic, giocano a palla e si riposano al sole come lucertole.

Salutiamo Bath e ci dirigiamo verso la costa del Somerset, del Devon e infine della Cornovaglia .

L’idea sarebbe quella di dormire a Weston super Mare, centro balneare : ma non avevamo considerato la congiunzione di sole+bank holiday : parcheggi, spiagge e ogni dove sono gremiti, affollati . Impossibile fermarsi e difficile anche solo muoversi. Teniamo la costa e decidiamo di cercare “il primo buco” disponibile. Il percorso però non ha nessun buco : incontriamo solo una fitta rete di strutture ricettive (alberghi, campeggi per case mobili, case private) che ci impediscono anche solo di andare a vedere il mare ed ogni spiazzo o parcheggio che incontriamo porta il famigerato e cartello “no overnight parking”. Finalmente approdiamo a Brean, centro meno turistico affacciato sulla costa del lungo estuario del fiume Severn ; dall’altra parte del quale si intravede – forse – la costa meridionale del Galles . Finalmente qui – dopo una serie di snervanti e ripetuti ‘avantindrè’ e di ‘un po’ più avanti, no un poco più indietro’ – troviamo uno spettacolare posto sul lungomare . Ci sembra di capire che non ci siano divieti per la sosta notturna, gratuita ; i cartelli non sono proprio chiari perché prevedono sosta diurna con pagamento e sosta massima di tre ore (che si deve applicare però solo agli orari a pagamento ; se non è specificato il “no overnight parking” si può sostare per la notte) . Alla terza conferma di passanti gentili, decidiamo di accogliere questa interpretazione : ed approfittare di quello che sarà il più bel tramonto di queste vacanze . Aperitiviamo sul muretto ed ammiriamo l’incanto della natura che non ha certo bisogno dell’essere umano per essere stupefacente.

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